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Diario delle buone maniere.

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    Bastille, Paris, agosto 2014

    Bastille, Paris, agosto 2014

    Tag: paris

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    Paris, 29 agosto

    Il Musée d’Orsay offre in queste settimane, tra le altre, una magnifica mostra sull’opera di Carpeaux. Chi è costui? Beh, per quei pochi che non lo conoscessero, ricordo che è stato una grandissimo scultore francese, insieme a Rude e all’onnipresente Rodin. È l’autore di gran parte della decorazione scultorea dell’Opera Garnier, del Pavillon de Flore del Louvre e di altri celebri complessi monumentali della Francia sotto Napoleone III, infatti il titolo della mostra è “Jean-Baptiste Carpeaux. Un sculpteur pour l’empire”. Orsay conserva tante opere e tanti bozzetti di Carpeaux, a cominciare dal celeberrimo gruppo “La Danse” raffiguazione allegorica eseguita per l’Opera; quello che però non avevo mai visto erano disegni e olii. Una vera sorpresa, Carpeaux si rilvela grandissimo disegnatore, come era prevedibile, ma anche un sorprendente pittore. È difficile resistere poi dall’abbandonarsi ad un giro per Orsay davanti alle “solite cose”: Renoir, Pissarro, Monet, Morisot, Caillebotte e tutto il resto. Per me è anche difficile resistere alla bellezza un po’ malata de “La decadenza dei Romani” di Couture che una volta fronteggiava “Funerali ad Ornans” di Courbet, il manifesto del Realsime che ora hanno spostato in un altra sala con un po’ di leggerezza filologica, poiché viene a mancare la corrispondenza-opposizione tra pittura dei Salon e avanguardia. A dire il vero ad Orsay ci sono altre piccole questioni che non condivido, per esempio il divieto di fotografare. Divieto privo di senso per opere riprodotte ormai ovunque, di cui Orsay sembra voler conservare il copyright. Davvero ridicolo; non ho fatto mancare alla direzione del museo un tweet di protesta ufficiale. Detto questo al Musée d’Orsay io farei volentieri il curatore, il direttore, l’impiegato, il custode o anche l’addetto alle toilette, tanto è bella e pieno di fascino questa ex stazione dove arrivavano i treni da Orléans. Per sgranchirci le gambe cosa c’è di meglio che percorrere in lungo e in largo la Rive Gauche? Per oggi optiamo per “il largo” decidendo di sprofondare verso l’Odeon (dopo aver pranzato al “Bucy” dell’omonima via, giungiamo fino al Jardin du Luxembourg, dove ci impadroniamo di due belle chaises-longues e ci godiamo il giardino, che farei vedere al sindaco della mia città (o di qualsiasi città italiana da nord a sud e da est a ovest), tanto per far capire cos’è un giardino, ammesso che lo capiscano. Saltato l’appuntamento con la nostra amica Gloria per super lavoro alla galleria, ceniamo Chez Marianne, un curiosissimo ristorante, epicerie, vineria ebraica di Rue des Rosiers; menù? Semplicissimo: Caviar d’aubergine, pastrami, kefta, taboulé, salade d’artichaut, champignon á la greque, fallafel, brick au thon, tarama, pikel, bagel, tutto in un solo piatto…Torniamo a casa lasciando alle spalle il Marais, l’Hotel de Ville e una settimana da parigini.

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    Tag: parsi

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    Dopo Dabit e Carnet, sono il più assiduo frequentatore…

    Dopo Dabit e Carnet, sono il più assiduo frequentatore…

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    Paris, 28 agosto

    Il Musée Guimet è proprio di fronte alla fermata del metro Iena, è uno stranissimo edificio della fine dell’Ottocento che ospita dal 1886 la collezione dell’industriale francese Étienne Guimet, grande appassionato dell’oriente raccolse e fondò la sua collezione a Lyon e poi la trasferì a Parigi. Detto en passant, fu anche ministro dell’istruzione (come, per fare un esempio se la Gelmini, donasse allo stato la sua collezione di Barbie). Devo ammettere di aver sempre trascurato l’arte orientale, ma di fronte ad una delle più grandi collezioni di arte asiatica fuori dall’Asia c’è da restare sbalorditi: Cina, Indocina, India, Pakistan, Corea, Giappone, Afganistan, Cambogia, Nepal…Insomma anche qui ci si sente annichiliti da una grandiosa e misconosciuta produzione artistica. Noi europei sicuramente fatichiamo a riconoscere stili, modi, e simbologie, ma è più che normale che esistano e siano anche evidenti agli occhi più avveduti. Il museo ha l’effetto di un bagno di umiltà, che non fa mai male a noi occidentali, abituati a non considerare o a considerare pochissimo l’arte orientale. Anche in questo Parigi si rivela essere una capitale (o “la” capitale mondiale dell’arte) sapendo accogliere raccolte d’arte orientale, oceanica, africana, come nessuna capitale sa fare: Musée de Branly, Court Visconti del Louvre, l’ Institute du monde arabe, il Musée Guimet (ma anche Musée Cernuschi) ed altri ancora, sono giacimenti enormi di opere che forse sfuggono al turista ma non certo allo studioso. Approfitto per visitare tre suggestive mostre all’interno del museo: la prima su “Suzuki Harunobo” un artista giapponese del XVII secolo dedito alle stampe, una, “L’envol du dragon, art royal du Vietnam” sulla diffusione di questa grande figura mitologica orientale in Vietnam. La terza, “Koinobori”, che tratta dei “Nobori” una sorta di insegne di stoffa che nel Giappone antico servivano da richiamo per attrazioni e per celebrare avvenimenti importanti. Naturalmente, biblioteca, bookshop, ristorante all’altezza della situazione. Il culto dei parigini e dei francesi in generale per l’arte e la cultura non ha riscontro nel nostro Paese, dove l’arte sembra appannaggio di una piccola parte della popolazione. Per fare un viaggio in un altro mondo basta un’ora di aereo. Per la cena è la volta di Bastille, al “Pause Café” un locale della Rue de Charonne: sedie di formica, lampade di alluminio, giradischi, piastrelle, suppellettili di bachelite, insomma un locale “vintage”; Parigi ne è piena, quelli di Bastille sono particolarmente belli e autentici. Ne ho visti molti a Chelsea a Londra e nella Bowery a NYC, in Italia pochi, pochissimi, forse qualcuno. I nostri gusti sono spesso di retroguardia, non c’è da meravigliarsi. Ho spesso visto mode e modi nascere qui e poi ho rivisto quasi le stesse cose due o tre anni dopo in Italia. Come diceva Francis Picabia, “…C’è un unico modo per essere seguiti: correre più veloci degli altri…”

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    Tag: paris

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    Paris, 27 agosto

    in questi giorni al Louvre sono in mostra alcune bellissime opere che vanno dal IV secolo a.c. fino alla metà del XIX sul tema della maschera. Per la precisione “Masque, mascarades, mascarons”. Disegni, incisioni, bassorilievi, sculture, tutto preso dallo sterminato patrimonio del Louvre. Al Louvre ci si può andare per due principali motivi: per vedere le opere o per guardare i visitatori (che è un’operazione abbastanza istruttiva). Certo solitamente guardare i visitatori lo si fa dopo che si sono viste le opere e vedere tutte le opere del Louvre, è come contare i granelli di sabbia di una spiaggia: impossibile. Adesso voi crederete di sicuro che io ci vada per guardare i visitatori… Sbagliato, continuo ad andarci per vedere le opere, anche se ormai opero delle selezioni rigorosissime (per esempio questa magnifica esposizione temporanea). Devo tuttavia ammettere, che per un po’ di anni sono venuto al Louvre attratto dai visitatori. Circa nove milioni di visitatori all’anno sono una cifra ragguardevole per usare un eufemismo. Tuttavia i numeri, in questi casi, non mostrano che sé stessi se non sono conditi con l’osservazione diretta. Non sono in grado di fare delle generalizzazioni sugli stranieri, credo di saper distinguere però perché vengono al Louvre americani, orientali, parigini e italiani; di ciò sono abbastanza sicuro. Gli americani cercano al Louvre il fascino dell’Europa, solitamente non si fermano solo a Parigi ma vanno a Londra, a Roma e magari a Firenze, ma se volessero risparmiare sul Grand Tour, al Louvre trovano già tutto. Gli orientali ci vengono come per curiosare nell’armadio di uno sconosciuto: non sono affatto rapiti dalle opere, riconoscono quelle più famose e più riprodotte sulle scatole di cioccolatini, fotografano le altre; una volta terminata l’operazione si sentono la coscienza a posto e continuano a non capire un fico secco della cultura occidentale. I francesi si dividono in due categorie: i turisti paysan e i parigini che solitamente vanno per gli eventi artistici e a visitare le mostre. Poi ci sono gli italiani: loro cercano Lei. Sapete di chi parlo vero? Una volta trovata affermano che pensavano fosse più grande, fanno finta di commuoversi per il sorriso, dicono che è “bellissisma” e, i meno avveduti, dicono che i francesi dovrebbero restituircela. Poi corrono davanti al Canova, Venere di Milo e Nike. Poi sono stanchi. Hanno sempre scarpe da ginnastica, la guida del Touring e k-way e, solitamente si lamentano: è troppo grande, c’è troppa gente, i parigini “se la tirano”, le opere più belle sono italiane: “Madamina il catalogo è questo”, come avrebbe scritto Da Ponte per Mozart… Per onorare i miei poveri compatrioti vittime del sistema-Louvre ho acquistato una bellissima BD (un fumetto insomma), intitolato “Le vol de la Gioconde” disegnato da Didier Bontemps che andrà ad arricchire la mia collezione di fumetti dedicati ai grandi musei parigini. Ah sì non mi sono fatto mancare nemmeno una bella tartare al Carrefour de l’Odéon. Cenare nel Marais è per noi sempre un grande piacere: Rue des Francs Borgeois, Rue du Vieille Temple, con la Sinagoga Vecchia progettata niente meno che da Hector Guimard, Rue de Rosieres, Joe Goldemberg, Murciano, il Museo Ebraico, un luogo unico, oggi quartiere molto chic e ritrovo della comunità gay di Parigi. Ceniamo a “Les Philosophes”, locale tutelato dal ministero della cultura (come, per esempio “Procope”); già perché qui il ministero della cultura tutela anche i ristoranti storici come questo, che in cambio devono praticare prezzi equi. Un’attenzione alla cultura in senso lato che in Italia, detto onestamente e semplicemente, nemmeno ci sognamo. Il bello di Parigi, ma anche di Londra o di New York è, anche, che infilandosi in una stazione del metro, si passa dall’ebraismo e dalle librerie gay, alle donne arabe velate e alle libanesi truccatissime che devastano a suon di acquisti Cartier, Vuitton, Guerlain sugli Champs Elysées. E pensare che tra qualche giorno dovrò sentire cosa dice Calderoli…

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    Paris, 26 agosto

    ll tempo uggioso continua e ci costringe a cambiare continuamente programmi. Visitiamo il rinnovato Musée Montmartre. Roba per turisti si potrà pensare. Sbagliato, il piccolo e charmant museo della Butte è un gioiellino di ricordi, il sacrario di quando dalla collina passò e lasciò una traccia indelebile, tutta l’avanguardia artistica europea. Qui si possono trovare le fotografie originali di Fredé, il proprietario de L’Apin Ágile il celeberrimo cabaret montmartrois dove Piacasso e Fernande Olivier incontravano Picabia e Matisse; tra le tante persino una foto di Lolo, l’asinello descritto da Fernande Olivier nelle sue memorie. Poi tante altre chicche, dai manifesti di Toulouse-Lautrec alle locandine del Cirque Medrano, le foto e i dipinti dei mulini, quello de la Galette e Rouge in testa. Insomma un luogo per “amatori” come si sarebbe detto un tempo. Poi i francesi (che non sono gli italiani) non perdono quasi mai un colpo, e allora ecco che oltre a tutto questo ben di Dio, pensano anche di esporre i disegni della bande déssinée più venduta in Francia in questo mese, ovvero “Picasso à Montmartre” in tre volumi (ho acquistato solo il primo altrimenti quelli di Easy Jet mi cacciano dal velivolo, vista la quantità di libri che trasporto sempre); il fumetto è di Julie Birmant e disegnato mirabilmente da Clément Oubrerie. Una bella soupe à l’oignon non poteva mancare per concludere la mattinata. “Noura” è il ristorante libanese sulla Terrazza dell’IMA che abbiamo visitato l’altro giorno, stasera “mezzas” e “cous cous”, ristorante un po” pretenzioso che ricorda vagamente il meraviglioso “Les Hombres” del Musée de Branly, ma con ambientazione di minor impatto. Ma anche questa idea dei ristoranti sulle terrazze panoramiche di musei e monumenti, in Italia non la sappiamo sviluppare.

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    Martial Raysse al Centre Pimpidou

    Martial Raysse al Centre Pimpidou

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    Paris,25 agosto

    Piove. Nulla di meglio che una bella mattina al Centre Pompidou. Non credo di essere mai venuto a Parigi senza averlo visitato: le acquisizioni sono continue, le mostre imperdibili, il fascino irresistibile. Quest’anno si aggiunge una bellissima retrospettiva su Martial Raysse.Per anni la collezione contemporanea ha accolto il visitatore con una sua opera passata direttamente dal Beaubourg ai libri di storia dell’arte, i celeberrimi neon di “America America”: un pugno che stringe due enormi scintille al neon. Non mi sono mai stufato di vederla e di fotografarla, era come un emblema della pop-art, anzi forse una sua citazione. Poi Raysse è passato attraverso tante esperienze e movimenti a cominciare dal Nouveau Realisme, ed è quello che cercavo in questa mostra davvero emozionante. Le divinità inventate del suo Olimpo personale, Pollaiolo che sembra essere stato lavato col detersivo Brillo di Andy, gli objects trouvé ma sulla spiaggia di Mondello, le sculture che sembrano uscite dalla soffitta di Roland Topor, insomma un artista difficile da capire ma facile da ammirare, soprattutto un artista coerente e convincente. Dopo mi dedico alle nuove acquisizioni che sono sempre una miniera irresistibile: Beaubourg resta la Montenapoleone dell’arte contemporanea. Con l’indubbio vantaggio di aver intorno Parigi. Pranzo? Au Jardin des thés, va da sé.

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  9. Post di Foto

    Institut du Monde Arabe, Paris, agosto 2014

    Institut du Monde Arabe, Paris, agosto 2014

    Tag: paris

  10. Text post

    Paris, 24 agosto, mattina e pomeriggio…

    La domenica mattina per i credenti e i praticanti c’è l’appuntamento con la Santa Messa. Anche questa non è una questione da turisti. Notre Dame accoglie sempre il fedele della Messa internazionale delle 11.30 con le note di Dietrich Buxtehude. Se non lo avete mai ascoltato, dovreste farlo, se voleste farlo al meglio, conviene venire qui per sentirsi annichiliti da lui e dall’organo di Notre Dame; sembra che a tuonare contro male e peccatori sia Dio stesso in persona tale e tanto è il suono che si riversa sopra le vostre teste. Poi si può anche non essere credenti ma non esserlo dentro Notre Dame de Paris, con l’organo e Buxtehude è ancora più difficile. Nel pomeriggio, una visita all’Institut du Monde Arabe in riva alla Senna progettato da Jean Nouvel (architetto che ho sempre amato), qualche decennio fa è l’uncio edificio che conosca che chiude gli occhi come un gatto: la sua superficie Composta dai celebri “moucharabieh”, 240 pannelli geometrici che si aprono e chiudono ogni ora, modificando completamente le condizioni di luce all’interno. Il museo dell’Istituto va visitato per un unico, validissimo motivo: gli oggetti esposti raccontano di una comune origine di Ebrei, Musulmani e Cristiani, che pur venerando lo stesso Dio, sembrano averlo dimenticato (anche se Dio non si è dimenticato di loro). All’esterno in mostra un treno storico. Il Tgv? No, l’Orient Express, naturalmente…

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    Paris, 23 agosto

    No, non mi sento più né un turista, né un viaggiatore, benché a Parigi non mi sia mai sentito un turista, adesso non lo sono più né idealmente, né materialmente, tanta è la confidenza e l’abitudine nella frequenza di questa città. Molti mi chiedono se non sia stufo di venire a Parigi, la risposta è della più ovvie: Parigi è come la donna che si ama. Quando tanti anni fa decisi di acquistare questo piccolo appartamento in multiproprietà, sapevo benissimo che non lo avrei mai scambiato con un’altra destinazione. Vengo a Parigi una volta l’anno ( e qualche anno anche più di una volta) ininterrottamente dal 1980. La storia è risaputa e risale al 1974 quando frequentavo il primo anno al liceo artistico. Il Prof. Giorgio Fonio, col suo fare snob e sofisticato chiese a noi ragazzi quale fosse stata l’ultima volta che fossimo stati a Parigi. Restammo allibiti ed io osai dire al professore che io non ero mai stato a Parigi. Lui mordendo nervosamente il suo sigaro Havana, mi guardò con gli occhiali sulla punta del naso e mi disse: “…Ma se non andate almeno una volta l’anno a Parigi per vedere le mostre che senso ha la vostra vita?” Io restai di sasso, andai a casa raccontai l’accaduto a mamma e papà. Però pensai tra me e me che forse il Prof. Fonio aveva ragione… Appena potei venni qui. Da allora ci sono sempre tornato. Grazie grande Prof. Fonio. Stasera, come da tradizione cena da Polidor all’Odeon. Avrete certamente visto Midnight in Paris di Woody Allen, beh devo ringraziare anche lui, per avermi insegnato ad amare New York come Parigi. Con tutta questa gente da ringraziare va a finire che faccio tardi. A demain…

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    Tag: paris

  12. Post di Foto

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  13. Post di Citazione

    … è meglio essere un cattivo cattolico che un buon eretico…

    — Gianlorenzo Bernini

  14. Post di Foto

    La modella Kate Moss in una fotografia di Mario Testino alla Pinacoteca Agnelli, Lingotto, Torino

    La modella Kate Moss in una fotografia di Mario Testino alla Pinacoteca Agnelli, Lingotto, Torino

  15. Text post

    Mario Testino

    Apparentemente le foto di moda sono banali, si dice patinate, non solo per riferirsi al fatto che sono stampate sulla carta patinata delle riviste (oggi con il web la questione si complica), ma anche perché con quel termine si vuol significare, dispregiativamente, che la foto è frutto di una messa in posa, è in un certo senso stereotipata, seriale, prevedibile. Eppure non è così. Non ci sono a rigore fotografie stereotipate (lo affermava già Roland Barthes nel suo famoso saggio sulla fotografia, La camera chiara); da qualche anno frequento la fotografia di moda. Ho incominciato leggendo In Vogue un possente volumone sulla celebre rivista di moda con una bella prefazione di Franca Sozzani, poi ho incominciato a guardare attentamente le fotografie nelle mostre da Viramontes a Makos e ho incominciato ad apprezzarla. La mostra di oggi alla Pinacoteca Agnelli del Lingotto di Torino me ne ha dato la conferma definitiva. Mario Testino è un grande fotografo di moda di origine peruviana. Ho provato a guardare oltre l’icona rappresentata e ho scoperto come d’incanto che oltre l’icona c’è il viso, il corpo, il vestito, insomma oltre l’iconismo c’è comunque l’oggettività. La fotografia di moda continua a rappresentare ma oltre alla rappresentazione siamo chiamati all’osservazione attenta del rappresentato. In questo la foto di moda è solo una variante non troppo difforme della foto d’arte. In questi anni ci siamo abituati a vede a discapito dell’osservare, come ci siamo abbandonati troppo al giudicare invece che al capire. Ma siamo ancora in tempo, almeno io sono ancora in tempo.

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